Il 25 ottobre 1969, a Pescara, sposò Paola Cecilia Bellone, di origine pugliese, abruzzese di adozione. Il 25 dicembre 1970, sempre a Pescara nacque il figlio Marco.
Nell’attività giudiziaria Alessandrini si distinse in particolare nelle indagini sul terrorismo di destra, sì da meritare il 14 febbraio 1972 insieme con il collega Luigi Rocco Fiasconaro un encomio da parte della Repubblica De Peppo “per prontezza, la sagacia, l’energia, lo zelo di cui hanno dato prova”. (Ministero Di Grazia. e Giustizia., fascicolo personale)
Nello stesso anno, sempre insieme all’altro Pubblico Ministero Fiasconaro e al Giudice istruttore Gerardo D’AMBROSIO, Alessandrini iniziò le indagini sulla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, indagini che erano state aperte presso la Procura di Treviso e poi trasferite a Milano per competenza territoriale.
L’istruttoria si rivelò ben presto fra le più difficili del dopoguerra, coinvolgendo, oltre ad ambienti dell’estrema destra neofascista, anche uomini legati ai servizi segreti
Superando difficoltà e intralci di varia natura, il 6 febbraio 1974 Alessandrini
depositò una lunga e ponderosa requisitoria, successivamente pubblicata.
Fin dal dicembre 1972, mentre era ancora in pieno svolgimento l’istruttoria sulla strage di piazza Fontana, era stata assegnata a lui e Fiasconaro la nascente sezione “reati finanziari” che comprendeva da un lato quelli più strettamente economici e dall’altro il contrabbando, ad ogni livello, e al traffico di droga.

Alessandrini peraltro era stato chiamato a far parte di una delle commissioni consultive istituite dal Ministero di Grazia e Giustizia per la riforma dei codici; il gruppo era coordinato dal giudice Adolfo Beria di Argentine, Alessandrini era inoltre segretario regionale per la Lombardia dell’Associazione Nazionale Magistrati.
La sua attività, il suo scrupolo professionale e il suo impegno, fecero si che egli ben presto attraesse l’attenzione dei gruppi terroristici di sinistra che identificarono i lui, a regione, un elemento che, per il suo impegno culturale e la sua capacità professionale, era in grado di individuare le menti direttive e le finalità di queste azioni. Tra l’altro, egli aveva iniziato un’indagine sull’Autonomia operaia milanese, che poi egli stesso inviò a Padova, dove il collega Colagero si stava già occupando del fenomeno conducendo un’istruttoria che avrebbe avuto una prima importante svolta con gli arresti del 7 aprile 1979.
La mattina del 29 gennaio 1979, alle ore 8.30, cinque persone due delle quali armate di pistola attesero il magistrato all’incrocio tra viale Umbria e via L. Muratori a Milano, dove egli transitava giornalmente dopo aver accompagnato il figlio Marco alla scuola elementare di via Coletta. Il giudice fu raggiunto da otto colpi di pistola, e morì immediatamente.
I terroristi riuscirono ad eclissarsi dopo aver gettato alcuni candelotti fumogeni. Alle 8.55 giunse la prima telefonata di rivendicazioni al quotidiano “La Repubblica” da parte de gruppo terroristico “Prima Linea”, Due giorni dopo l’omicidio veniva rivendicato con un volantino firmato “Organizzazione Comunista Combattente Prima Linea”.Nel frattempo duecentomila persone di ogni ceto avevano partecipato alle esequie. Lo sdegno di magistrati, uomini politici, semplici cittadini, fu immediato ed enorme.
Il giornalista Walter Tobagi, che poi sarebbe stato a sua volta ucciso da terroristi rossi, scrisse su “Il Corriere della Sera” del 30 gennaio 1979: “Sarà per quella faccia mite, da primo della classe che ci lascia copiare i compiti, sarà per il rigore che dimostra nelle inchieste, Alessandrini è il prototipo del magistrato di cui ‘tutti si possono fidare, che non combina sciocchezze, (…) era un personaggio simbolo, rappresentava quella fascia di giudici progressisti, ma intransigenti, né falchi chiacchieroni, né colombe arrendevoli”.Le indagini iniziate faticosamente, ebbero una svolta nel maggio 1980 allorché il terrorista “pentito” Roberto Sandalo rivelò agli inquirenti la composizione del commando omicida, che comprendeva tra gli altri il figlio Marco dell’onorevole Carlo Donat Cattin, vice segretario della Democrazia Cristiana, più volte ministro,
Fu istruito un unico procedimento per tutta l’attività svolta da prima linea dal 10 marzo 1983 con il rinvio a giudizio di 124 imputati. Il processo si aprì il 30 maggio 1983 e si concluse il 10 dicembre dello stesso anno presso la seconda Corte d’Assise di Torino (Presidente Antonello Bonu). Dopo 12 giorni di camera di consiglio, la Corte condannò Sergio Segio all’ergastolo, Bruno Rossi Palombi a 24 anni e sei mesi di reclusione, e continuò pene minori agli altri imputati che, a vario titolo, si erano dissociati dalla lotta armata. Marco Donat Cattin fu condannato ad 8 anni, con la concessione della libertà provvisoria. Il Pubblico Ministero Francesco Gianfrotta, che aveva chiesto 32 ergastoli, interpose appello.

Numerosi lapidi ricordano il giudice assassinato: sono intitolate ad Alessandrini le piazze ove hanno sede i palazzi di Giustizia a Milano e Pescara, una strada a Modena, un parco a Milano con monumento, aule consiliari, scuole, impianti sportivi in varie città d’Italia. E’ sepolto nel cimitero centrale di Pescara.
Giuseppe De Lutiis
Scrittore sociologo
esperto di terrorismo